Chiesa di Santa Ruba di San Gregorio di Ipponia

 

«(S. Ruba) nel suburbio in una tranquilla solitudine in mezzo al verde dei campi ed al bigio degli olivi è un gioiello dell’architettura barocca». Paolo Orsi

 

La costruzione della Chiesa di Santa Ruba avvenne nel 1610, su iniziativa del notaio Ottavio Giovane, cittadino di Monteleone, odierna Vibo Valentia, originario di Cava de’ Tirreni. Il notaio richiese al Vicario Generale dell’Abbazia benedettina di Mileto del tempo, Giovanni Andrea Strati, la fondazione di quell’edificio sacro per sostenere le popolazioni dei casali vicini. Non soltanto: richiese pure la costruzione di un oratorio che avrebbe dovuto sorgere nella zona denominata “Santa Ruba”. 

Sembra che l’origine del nome sia legata al luogo impervio sul quale fu costruita la chiesa, riferendosi dunque alla rupe su cui essa sorge. 

La chiesa è a pianta rettangolare con una navata unica. L’interno si presenta a pianta simmetrica, con un’abside semicircolare, sormontata da una cupola centrale ad ombrello innalzata su un tamburo cilindrico poligonale. L’esterno è ornato di lesene con meandro superiore a linee spezzate, e decorata con una cornice a merlatura, forse implementata durante i restauri del XVIII secolo. 

L’elemento architettonico caratterizzante l’edificio, che si trova in corrispondenza dell’altare maggiore, è la sua cupola, realizzata attraverso il sovrapporsi di strati di tegole disposte in cerchi concentrici. 

La stessa cupola è la testimonianza di uno stile nato dall’ispirazione di maestranze calabro-greche su edifici di arte classica, fiorenti nell’Oriente bizantino. La chiesa fu abitata fino al 1905 quando l’ultimo frate rimasto fu costretto ad andare via per gli ingenti danni subiti dall’edificio a causa del terremoto. L’edificio venne restaurato e riaperto al culto nel 1977. 

All’edificio è legata un’antica leggenda, da sempre tramandata, che vede per protagonisti Papa Callisto II, il Conte Ruggero il Normanno e la moglie Adelaide. Si narra che a quest’ultima si deve la costruzione della chiesetta, con la pietra “più dura che esistesse”, per sfuggire alla maledizione che lo stesso Callisto II le avrebbe inflitto per aver nascosto la morte di Ruggero.